Nel 1995, in occasione della mostra Dalla parte della libertà, che l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Modena organizzò per il 50° della Liberazione, Roberto Roversi offrì un contributo d’eccezione portando in versi parole di condannati a morte della Resistenza italiana rintracciate nelle lettere che, in prossimità della fine, essi avevano lasciato a parenti, amici, persone care… In ciò consisteva, essenzialmente, un procedimento di trascrizione, che lui definiva “di versificazione”, e che diede forma ad un aureo libretto, Siamo andati sui monti più alti, dal quale scaturirono testi che figurarono tra i materiali distribuiti sui banchi della mostra; testi che poi, negli anni, conobbero una circolazione per vie non ufficiali, come altre volte accaduto alle scritture di Roversi, soprattutto per sua scelta.

Quel libriccino folgorava – anche visivamente – sin dalla prima lettura, perché la trascrizione di brani, schegge, rapidi passaggi di quelle lontane missive, collocava le parole in punti precisi della pagina, avvolgendole al tempo stesso in uno spazio libero, come sempre avviene in poesia: il procedimento rendeva in tal modo mobilissimo il rapporto tra scrittura e foglio lasciato bianco, e ogni parola tentava di affermare un proprio valore, acquistando forza e accostando il lettore secondo modalità nuove.
I testi portavano con sé, per scelta dell’autore, alcune informazioni: una data (corrispondente o molto vicina all’esecuzione), un nome, l’età, la professione; elementi che non vogliono suggerire considerazioni sociologiche, ma delineare una minima tessera identitaria di chi c’inviò quelle parole.

Roberto Roversi fu partigiano a vent’anni, combattendo in Piemonte.
Insieme a lui e al suo lavoro poetico, ricordiamo le donne e gli uomini della Resistenza riproponendo, in questo 25 aprile, alcuni estratti da quell’esperienza, secondo le norme grafiche fornite al tempo dall’autore, a partire dalla dicitura che dettò perché fosse collocata in esergo e da una dedica a chi è molto giovane.

La redazione dei testi è a cura di Roberto Roversi

A UN AMICO MOLTO GIOVANE

uno prendeva il fucile
saliva sulla montagna
la montagna era lì che aspettava
e non aveva pietà

un altro prendeva il fucile
andava per la pianura
anche la pianura aspettava
e non aveva pietà

nelle città era fuoco
terribile rosso il tramonto
il fuoco bruciava le case
e non aveva pietà

giovani cadevano morti
fra l’erba senza colore
pendevano morti dai rami
spezzati come poveri cani

i mesi gli anni passavano
i giorni non davano tregua
un mitra stretto nel pugno
pianura montagna città

poi è arrivato un aprile
sangue di sole e di rose
come un vulcano che esplode
ha gridato la libertà

 

* * *
* * *

8 febbraio

1944.

Caro fratello Giovanni.
Di una cosa ancora ti disturbo:
di venire a Novara a
prendere il mio paletò e ciò
che resta.
Ciau tuo fratello Giuseppe

anni 34, operaio

20 febbraio

1944.

Sono le 5 fra dieci minuti            
sarò in cielo.
Gilberto

anni 20, garzone macellaio

17 giugno

1944.

Oggi 17 alle ore 7 fucilati innocenti.
La mia salma si trova
di qua dalla scuola cantoniera
dove sta Albegno,
di qua dal ponte.
Potete venire subito a prendermi.
Mi sono tanto raccomandato,
ma è stato impossibile
intenerire questi cuori.
Mentre scrivo ho il cuore secco,
mamma e babbo cari
venite subito a prendermi.
Abbiamo dieci minuti di tempo
ancora.
Sono il primo.
Renato

anni 18, muratore

13 gennaio

1945.

A te
mio dolce amore caro
io auguro pace e felicità.
Addio amore…
Roberto Ricotti
condannato a morte

anni 22, meccanico

26 novembre

1944.

Sono gli ultimi istanti
della mia vita.
Credimi
non ho mai fatto nessuna cosa
che potesse offendere
il nostro nome.
Muoio sicura di aver fatto
quanto m’era possibile
affinché la libertà trionfasse.
Irma

anni 33, casalinga

16 gennaio

1945.

Sorella cara,
essendo preso dalla Repubblica
mi tocca morire
con questo giorno 16.1.1945.
Datevi solo coraggio,
in voi e mia famiglia.
Michele

anni 24, muratore